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Deserto del Sahara, 2015.

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Attraversando il tramonto nel deserto del Sahara. Marocco, Giugno 2015.

Foto di Giulia Cosentino.

Tutti i diritti sono riservati.

Avanzare (in punta di piedi)

Di Giulia Cosentino, 2010.

(Tutti i diritti riservati)

Ricominciare a restare umani

Scorrono velocissime parole su parole e immagini e prese di posizioni in questi ultimi due giorni, non serve neanche aprire la pagina della testata di riferimento, la mia bacheca di facebook sforna ogni secondo nuovi articoli, video, esperienze in tutte le lingue che ho imparato a parlare e con cui sono in contatto. Un fenomeno questo incredibile, che mi affascina e spaventa ma di cui oggi non ho voglia di parlare.
Io nel mio silenzio di persona che si è lasciata toccare sì da un evento come quello sulle vie dove ho abitato qualche anno fa durante la mia residenza parigina, non mi sento di giudicare nessuno, nessuno che nella sua personale maniera decide di vivere il suo dolore o la sua paura o la sua vicinanza a un evento. Perché, questo sì mi preme sottolineare, non stiamo parlando dell’altra parte del mondo e credo che quindi nell’immaginario collettivo tocchi di più perché é più vicino per quanto è chiaro che la morte e il dolore sono uguali e terribili in qualsiasi parte del globo. Nel mio silenzio statico e di posizionamento incerto io, cara Hannah Arendt, oggi ho sentito il bisogno di ripartire da te.
Arendt1E non solo rispetto alla banalità di questo male, di questa violenza, perché forse tanto banale non è, ma forse e di più rispetto alla responsabilità e il giudizio su alcune questioni di filosofia morale. Sono tornata ieri da un convegno su “Conflitti e rivoluzioni” organizzato dalla Società Italiane Letterate e da questo parto nella mia riflessione. Innanzitutto quello di cui si parla non è una guerra di religione, e per quanto cara Hannah per te penso sia chiaro, nella mia analisi di confronto mi sono accorta che non lo è, o non lo è più per tutte e tutti. E’ chiaro che chi propone una lettura religiosa del conflitto in atto, del terrore consumato, ha un piano politico molto più ampio che basa la propria esistenza sul razzismo e il rifiuto della diversità. Ma ciò che preoccupa me, è come questa lettura sia fatta propria da tante e tanti che riprendono il pensiero, scusa se mi permetto nel mio giudizio sincero, orrido di Oriana Fallaci sull’Islam, quale fosse una profezia, senza connotati storici o di memoria. E allora eccomi di nuovo (io come tante e tanti) impegnata ancora una volta a spiegare che “Islam non è Isis”, qual é il conflitto in Siria, il ruolo dell’Europa, la Francia, le guerre degli ultimi cento anni. E questo mi, e ci  distrae dalla possibile riflessione comune a cui si potrebbe arrivare rispetto a questo nuovo male. E’ difficile, come sempre. E quindi mi chiedo: assumo una posizione statica di lettura mi chiudo nel mio personale e rifletto attraverso i miei libri e gli studi di chi la pensa in modo simile al mio, oppure, assumo posizione dinamica rispetto alla storia e agli eventi e lotto per la difesa dei diritti per arginare il pensiero islamofobo e terrorista lasciando da parte il tempo per riflettere più profondamente?
Qual é la mia posizione rispetto al terrore? Quale compito credo di poter assumere nel mio corpo di donna bianca occidentale e atea rispetto a quello che succede? Devo, come ho appena fatto, continuare a identificarmi partendo dalle mie definizioni? E se lo faccio io devono farlo anche tutte le musulmane e i musulmani in occidente in questo momento e quindi chiedere scusa per qualcosa che non hanno fatto?
Il conflitto è diventato umano, e per guardare al conflitto bisogna farlo con uno sguardo trasversale, faticoso e che contiene un tempo rivoluzionario non sono ancora in grado di definireHoda Barackat ha detto che “per attraversare il conflitto devi dislocarti nel luogo del conflitto”.
E forse allora potrei e potremmo partire da una ridefinizione del tempo e dei luoghi, non ammassare sotto una definizione più cose, non considerare solo uno strumento religioso il conflitto contemporaneo, ma aprire lo sguardo alla storia e allo stesso tempo posizionarsi in modo dinamico rispetto ad esso, prendendo la parola e assumendo la riflessione.
Ma ancora mi chiedo, cara Hannah, qual é la modalità per fare tutto questo?
E’ necessaria la rivoluzione del pensiero contemporaneo per ricominciare a restare umani.

 

 

“Quando i morti persero la strada di casa”

“Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette.
Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti.
Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico.
E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire”.

IL GIORNO CHE I MORTI PERSERO LA STRADA DI CASA È TRATTO DA RACCONTI QUOTIDIANI DI ANDREA CAMILLERI – ALMA EDIZIONE, FIRENZE, 2008.

Il potere politico dell’immaginazione nell’insurrezione

“Nell’insurrezione, più dei programmi politici a contare è l’immaginazione. L’insurrezione è un sogno, è il diritto a sognare, quindi il gesto insurrezionale è gravido di aspettative, le più svariate. Nell’insurrezione si prefigura il nuovo, è l’utopia che si fa realtà e quindi è proprio il momento in cui vi è la massima profusione di energie da parte di chi sta portando l’assalto al cielo. Lì c’erano centinaia di migliaia di persone che si sono mosse e hanno iniziato a parlare. L’insurrezione, ancora prima che un’arte militare, è un esercizio poetico, è il tutto. Questo è stato il Settantasette”.

Etnografia, G., Gabbie metropolitane, Emilio Quadrelli

Giacomo e Teresa

“Teresa era stata vittima della sua famiglia, poi era scappata, andata, tornata, e ripartita.
Giacomo era stato a casa tutta la vita e aveva aspettato Teresa così a lungo da diventare vecchio. Come poteva ora confessarle il suo amore?
Nessuno gli avrebbe creduto, lei era giovane e graziosa e, poi, lavorava per lui.
Andava da lui ogni mattina alle 8, puntuale, preparava da mangiare e lo aiutava con le faccende di casa, poi scendeva a comprare il giornale. Mangiavano insieme e dopo pranzo lei andava via, chissà verso quale vita. Una volta Giacomo glielo aveva chiesto. “Teresa, ma tu che fai la sera?” Lei con un sorriso aveva risposto. “Lavoro, mi vuole invitare al cinema, per caso?” “Sì- avrebbe voluto dirle Giacomo- anche a cena e poi prendere un aereo e viaggiare per il mondo.”
Ma lui stava invecchiando, sempre di più.
E lei era bella, dolce e affettuosa ed era solo la sua badante. E lui si spegneva e presto non avrebbe più camminato autonomamente, e amare la propria badante era un luogo comune troppo comune per un uomo così comune.
Sarebbe morto ma lei non lo avrebbe lasciato fino a quel momento, e con questa dolce convinzione Giacomo si crogiolava al sole del pomeriggio, mentre Teresa che era stata vittima della sua famiglia, che era scappata per ritornare e ancora partire prendeva le pillole. Per andare a morire a casa sua, nella sua stanzetta, e lasciava quell’uomo, che l’amava tanto, tanto come non aveva mai amato nessuna.
Lasciava quell’uomo a dondolarsi nell’illusione dell’amore eterno almeno per un vecchio.
Lo lasciava, per sempre, a una vecchiaia infinita.”